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Jerez mi incuriosiva da sempre: la letteratura inglese, a partire da Shakespeare, ne è piena di reminiscenze. Si versavano fiumi di sherry in diverse epoche, in diverse occasioni. Poi è tornato ad echeggiare durante il mio studio di spagnolo, insieme alla tauromaquia, al flamenco, alla dominazione araba. Già bevitrice consapevole a quell'epoca, fremevo di assaggiarlo. E quando è successo rimasi confusa: mi sembrò.. strano. Pallido alla vista, pungente al naso, indecifrabile al palato. Così smisi di fremere. 


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Anni dopo, al Master del Vino, dovetti studiarlo per benino e, spinta dalla mia antica curiosità nei suoi confronti, lo feci anche meglio. All'esame ho avuto Jerez. Sapevo di lui tutto, vita, morte e miracoli. Non poteva che essere un gran vino. Ma in Italia non si trova(va) nulla a parte Tio Pepe base e qualche denso dolcissimo Pedro Ximenez. Quell'estate andammo in Spagna, ma non in Andalusia, fa troppo caldo lì in agosto. Lo cercavo nelle carte dei vini finché non siamo capitati in un ristorante stellato di Santander, con un vero sommelier in carne e ossa. "Uno dei vini più grandi del mondo", mi disse, "vuole, le faccio una degustazione didattica?". La volevo, eccome se la volevo. E' stato potente, illuminante e infinitamente bello. Doveva essere approfondito. Per la mia fortuna, nei successivi tre anni ho passato moltissimo tempo tra Londra e Amsterdam (altro acquirente storico degli sherry), dove ho potuto farmi una buona cultura degustativa dei jerez. Il mio palato ha imparato a sentire le sfumature di fino e di manzanilla, distinguere quella classica da quella pasada e quella en rama, capire oloroso, amontillado e non inquadrare del tutto il palo cortado. A ogni mio passaggio a Londra tutt'ora si compie il rituale a La Copita e a Pepito, a volte anche da Drake's Tabanco e da Barrafina. Adoro jerez-xérès-sherry, lo trovo un compagno incredibile da solo e a tavola. Tuttavia, mi mancava una cosa fondamentale: mettere il piede in una (due, tre, dieci..) bodega, annusare la flor, assaggiare il vino mentre è in progress.. Sapevo che un giorno non lontano l'avrei fatto: i sogni vanno vissuti. 



Ed è successo. All'improvviso, come in un sogno. Poche ore prima di trovarmi in Jerez, mi è arrivata la carta d'imbarco per Sevilla, senza ulteriori spiegazioni. Era la vigilia del mio grosso compleanno e la mia stupenda famiglia.. Ma quello è un tema a parte e non per queste pagine. Quando la macchina, guidata da un amico, ha svoltato in direzione Jerez, mi sono sentita una teenager per l'espressione di gioia. Seguirono cinque giorni di bodegas e di tabancos, di vigne e di soleras, di città andaluse, di alcazar e cattedrali, di tanto cibo, abbinato solo e rigorosamente ai vini di jerez. 
E nonostante la mia ormai profonda, teorica e pratica, preparazione in materia, non sono mancate le sorprese. Ovviamente riguardavano le tendenze odierne che abitano ancora nelle menti e nelle bodegas dei produttori, non girano il mondo se non in direzione mirata e concreta. Vinificazioni diverse, nuovo disciplinare approvato da parte della Comunità Europea, sapori sconosciuti. Anche qui, come ovunque nel settore vino, ci sono dei cambiamenti che bollono in pentola. Riguardano piccoli produttori e vini artigianali, interpretazioni di terroir e di annate, non esattamente ciò che rappresenta solera.. Parlare con gente che respira cambiamenti, li spinge perché ci crede, ecco cosa manca.
E mi preparo di nuovo la valigia, questa volta volo fino a Jerez.
Furmint Harslevelu

A ritorno dall'Ungheria, con impressioni ancora fresche, faccio un breve riassunto generale. Il paese conta 22 regioni vitivinicole. Di queste 22, ad oggi, è necessario menzionare almeno 4-5. Ovviamente Tokaj (di cui a parte), poi Villany,  Szekszárd, Eger, e Somló. Il vino è una cosa importante in Ungheria: era quinta nazione per la quantità del vino prodotto prima della fillossera; il vino è menzionato nell'inno nazionale; ci sono reperti che dimostrano la presenza del vino sul territorio molto prima dell'arrivo dei romani; la prima regione vinicola a livello mondiale dichiarata nel 1737 è Tokaj. Tuttavia, a causa del periodo sovietico, orientato verso la quantità e non la qualità, Ungheria, si potrebbe tranquillamente dire, sta muovendo i primi passi dopo una lunga malattia, con grande aiuto di investitori occidentali. Difficile definire style di vino tipicamente ungherese: ce n'è di tutto anche all'interno delle minuscole sottozone.

1. Eger. 130 km est da Budapest

E' la Bordeaux ungherese. Qui si produce il più famoso blend rosso del paese, Egri Bikavér (Sangue di toro). Non c'è uvaggio "standard", la legge implica solo che il 50% del blend deve essere composto dai vitigni locali. Il vitigno predominante è Kékfrankos, che ogni produttore è libero mettere in qualsiasi percentuale con Kadarka, Kékoportó, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot, Syrah ecc. Maggior parte di questi vini sono abbastanza rustici e marmellatosi con una buona acidità. Ci sono, però, cantine che producono Bikavér più aggraziato, dritto e speziato, come quello di St Andrea o di Hagymasi. Il 1997 di quest’ultimo è, senza se e senza ma, un gran vino: elegante e di una complessità terrosa, boschiva, vegetale. 

Egri Bikavér

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Inoltre, anche Cabernet Franc e Pinot Noir fanno delle promesse non prive di fondamenta, come, per esempio, quelli prodotti dalla società di Gal Tibor, fondata nel 1993 insieme a Nicolò Incisa della Rochetta.
A Eger (città, tra l'altro, bellissima), si produce anche il blend bianco, Egri Csillag (Stella di Eger). E' abbastanza aromatico, con tanti fiori bianchi e frutta esotica. Dignitoso, nulla di più.
Una volta qua, per fare una degustazione a 360°, basta chiedere il GPS di essere portati alla Valle delle Belle Donne, appena fuori dalla città di Eger, per assaggiare diversi esempi di Bikavér. La Valle, in realtà, è un territorio di circa 4000 ha di vigneti, ma nel suo punto principale (quello di GPS, per intenderci) si presenta come una piazza del paese, circoscritta, anziché da case, da cantine scavate nel tufo secoli fa. Come ovunque nel settore servizi in Ungheria, quasi tutti parlano inglese e volentieri rispondono alle domande.

2. Villány e Szekszárd. 150-200 km sud da Budapest.

Suoli vulcanici, inverno più mite che al nord, ottime esposizioni solari, da qui provengono i migliori Cabernet Franc, Kadarka, Cabernet Sauvignon e Merlot: complessi ed eleganti, o sottili Kadarka (foto), molto spesso sono fatti magistralmente.
Famiglia Antinori ha investito in Szekszárd e produce vini sia rossi che bianchi (a Tolna) come azienda Tűzkő Estate. Lo splendido Harslevelu di Bock in Villány che ho bevuto dimostra che anche i bianchi della regione possono essere di grande livello.

Vitigni ungheresi

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3. Nagy Somló. Circa 80 km nord-ovest da Budapest, al confine con la Slovacchia 

E' la più piccola regione ungherese con terreni variegati vulcanici, argillosi e sabbiosi. Considerata una regione di estremo interesse per i bianchi fatti con l'uva Juhfark (Coda di pecora). Questi vini si distinguono per il loro caratteristico aroma di cenere e fumo e sapore sapido. Migliora con affinamento in bottiglia sviluppando sentori aggrumati e corpo.
Io ho assaggiato due esemplari soli, sicuramente interessanti per quanto preferisco alcuni Harslevelu e Furmint secchi. Ma due vini soli non bastano..

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Siamo abituati a pensare vino australiano come un vino muscoloso, masticabile, tannico e legnoso, marmellatoso e... rosso. Si, perché, in effetti, è quello rosso che viene subito in mente, anche se ce ne sono tanti bianchi degni di nota, a volte anche notevoli.
Ma c'è di più: come quasi ovunque, ci sono produttori indipendenti che lavorano fuori dagli schemi, creano tendenze e associazioni, sfidano i cliches, interpretano terroir secondo la propria visione.
Mi è già capitato, durante varie fiere, soprattutto qua a Londra, di assaggiare vini australiani "diversi", quel poco che è bastato a scaldare il mio interesse a monitorare le opportunità di approfondimento.

Ed eccomi alla degustazione di vini australiani lo-fi da Sager+Wilde che sostiene produttori Lo-Fi indipendenti (chiarimenti su termine lo-fi).

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Cantine in degustazione:

ARCHITECTS OF WINE
“Minimi interventi, approccio artigianale, vini da piccoli appezzamenti creati con passione”
Un architetto che è diventato un vignaiolo. Prima uscita sul mercato nel 2013 dopo che un hobby è diventato un'ossessione. Uva proveniente principalmente da Adelaide Hills e da Clare Valley, vinificazioni sotto l'insegna di 'less is more' per trasmettere peculiarità della vigna e del vintage.

vini in assaggio: Riesling, Lagrein

BK WINES
Fondata nel 2007 da Brendon e Kirstyn Keys. L'approccio è quello di creare vino unico, come possa esserlo un opera d'arte, senza seguire le regole ma interpretare il luogo attraverso il frutto. Da qui la scelta dei vigneti su Adelaide Hills "perché è un ottimo posto per vivere e fare vino, è un luogo in cui la non conformità è la regola". 

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vini in assaggio: Chardonnay (New Zealand), Savagnin, Sauvignon Blanc, Pinot Noir, Syrah

JAMSHEED
Gary Mills era un insegnante di inglese in Giappone dopo la laurea in Lettere. Durante le vacanze ha fatto da guida per un gruppo di giapponesi nell'Australia vitivinicola. Quell'esperienza gli cambiò la vita. La prima etichetta di Jamsheed risale al 2003. Gary è noto per la sua capacità di bilanciare potenza con finezza. I suoi vini sono fatti con fermentazioni a grappolo intero e un uso minimo di solforosa. 

vini in assaggio: due pet-nat (uno bianco e uno rosato), Sauvignon Blanc da Yarra Valley e Sagrantino da Heathcote

KOERNER
Koerner Wine è un'azienda di Jonathan Koerner e fratelli Damon. Cresciuti nella Clare Valley, producono vini leggeri, freschi, e ben strutturati di alta bevibilità, principalmente da uve provenienti dal vigneto di famiglia Koerner. "La nostra filosofia di vinificazione è molto semplice: i vini sono fatti in vigna."

vini in assaggio: Vermentino, "La Corse" (60% Sangiovese, 20% Grenache, 15% Sciacarello & 5% Malbec)

SIGURD
La cantina si trova in Barossa Valley e si chiama così in onore del bisnonno norvegese del produttore Daniel Graham. Daniel è laureato in enologia, in passato ha lavorato per Jacobs Creek, ora fa consulente per l'azienda convenzionale Red Heads Wine, mentre produce proprio vino naturale, Sigurd. Tutti suoi vini sono fatti con lieviti naturali, non subiscono chiarificazione e c'è solo una piccola quantità di solforosa aggiunta prima di imbottigliamento.

vini in assaggio: White blend (Riesling 49%, Sauvignon Blanc 25%, Semillon 16%, Vermentino 6%, Gewurtraminer 4%), Chenin Blanc

Una bellissima degustazione accompagnata da una bella e estiva grigliata in un clima estremamente friendly e goliardico. Tanti vini assaggiati, questi mi avrei portati a casa:
  • Il Savagnin BK Wines da Adelaide Hills sulle bucce che solo lontanamente ricorda quello del Jura anche se è sempre di carattere deciso, combina note acri con delicato aroma di biscotti. Se vogliamo, è più femminile del Savagnin della regione francese, porta un cappello di paglia mentre va in ferramenta. 
  • Il Sagrantino Jamsheed di Heathcote è fragrante, vivace e quasi nordico, fermentato con grappoli interi e tuttavia con gentile estrazione, senza filtrazioni ne chiarifiche, ricorda vigorosa succosità di una spremuta di melograno. 
  • White Blend si Sigurd è un'ode all'estate nel Middle Europe, con valli fiorite di mille piante dove ubriacarsi di odori..  Questo vino ha inizio a febbraio con la raccolta del Gewurztraminer, poi fermentato sulle bucce per 10 giorni prima di riposare in vecchie barrique di rovere francese (250 litri). Il Sauvignon Blanc fermenta sulle bucce per 2 giorni e finisce la fermentazione in acciaio. Il Riesling è l'ultimo ad arrivare in cantina, fermenta con grappoli interi in foudre (1600L) di 100 anni dove rimane fino all'imbottigliamento a dicembre. Il Semillon passa 4 giorni sulle bucce, poi in acciaio. Rimangono tutti sui loro lieviti fino a fine novembre prima di essere travasati, assemblati e imbottigliati due settimane dopo con una piccola aggiunta di zolfo.
  • Il Chenin Blanc Sigurd macerato di Clare Valley ha profilo gusto olfattivo molto diverso dal suo fratello, questo richiama l'estate inoltrata con l’erba appassita, giornate più corte, sole meno cocente. E' proprio nelle mie corde.
  • Il Pinot Noir BK Wines profuma di bosco dopo un acquazzone estivo. Meraviglioso
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Un altra parola, come pet-nat, che dobbiamo imparare, è lo-fi e proviene sempre dal mondo del vino naturale. Anzi, in realtà proviene dal mondo musicale e ma è stata adottata e adattata al vino, in quanto, molto meglio del termine "naturale",  rispecchia una certa filosofia di produzione, quella del vino 100% artigianale e quindi autentico. Un approccio olistico alla coltivazione, alla produzione e persino alla vendita del vino. E devo dire che alla degustazione di lo-fi wines qui a Londra l'ho potuto sperimentare: è molto lontano l'atteggiamento dei guru di vino presentato da quella solita aria di saputellismo da casta che spesso si nota da noi. Parola d'ordine è la condivisione.

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Lo-fi, nello specifico, significa conduzione integralista in vigna (niente meccanizzazione o irrigazione, trattamenti chimici neanche a nominarli), fermentazione solo con lieviti indigeni, nessun aggiustamento in cantina tipo acidificazione o micro ossidazione, poco uso di legno, filtrazioni non invasive o assenti.
Viene da se che tutto ciò è per preservare al massimo il microcosmo in cui un vino nasce. Compresa la passione del produttore.
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A un passo da Podere Luisa, a Montevarchi, si trova la fattoria Caspri, il regno di Bertrand Habsiger, un francese alsaziano. Lo conosco da Romina e Sauro e anche lui mi accoglie generosamente in cantina nonostante è una giornata assai calda con 38°C all'ombra.

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La fattoria è stata acquistata una decina di anni fa da una donna facoltosa, impegnata nel settore arte. Bertrand,  che lavorava con lei negli ultimi anni, di colpo si è ritrovato a fare il vignaiolo, complice il suo passato da sommelier in un ristorante stellato (anche lì di colpo e per volere del capo.. il karma?), dove si è fatto le ossa con i migliori vini del mondo, per poi cadere in trappola, effetto colpo di fulmine per un Pinot Bianco naturale alsaziano, dei vini biodinamici. Avendo nella fattoria la carte blanche decisionale, ca va sans dire, porta avanti la conduzione biodinamica, sperimentando con diversi vitigni sia locati che internazionali. Tra le varietà a bacca rossa ci sono Sangiovese, Ciliegiolo, Canaiolo, Alicante, Syrah e Pinot Nero, mentre a bacca bianca i tradizionali Trebbiano e Malvasia.

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Gli ettari di vigneto in proprietà sono circa 10 sui terreni di gneiss, limo, sabbia e argilla, 7 ha di oliveti e un orto di dimensioni notevoli. Nelle vigne si pratica un sovescio ricco di azoto, preparati 500, piante ricche di silicio. In cantina è un work in progress, dove al momento si vinifica 20% di uva con raspi e il resto diraspato, si fanno macerazioni abbastanza lunghe (fino a 30gg) con tanti rimontaggi e affinamenti in legno, grande e piccolo, fino a due anni. 
La produzione attuale si aggira intorno a 15000 bottiglie, ma da quest'anno tutti i vigneti entrano in produzione aumentano il numero di bottiglie fino a 25-30 mila, mentre la prospettiva è quella di arrivare a 40000.
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Ho assaggiato diverse cose tra cui il Metodo Classico da Sangiovese (cremoso e delicato, peccato una pronunciata riduzione), il Syrah (interessante, stile Crozes-Hermitage), il Ciliegiolo in purezza e in blend con il Canaiolo (freschi, succosi e spensierati) e poi Pinot Nero e Luna Blu (Trebbiano e Malvasia) dalla vasca. E questi due mi hanno colpito molto. Il primo, di medio corpo, è un vino elegante nella sua rusticità, propina già sentori di sottobosco e di piccoli fritti rossi. Mi sono portata a casa una magnum 2017 da bere magari in primavera. L'altro l'ho trovato semplicemente fantastico, perché nelle mie corde: salino, resinoso e agrumato, dinamico, forte, sopportato dai morbidi tannini. Purtroppo, Bertrand non ne aveva più in cantina, quindi dovrei ricavarne uno da qualche parte..

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Esuberante, estroverso, provocatorio ma anche "precisino", Bertrand fa vini a propria immagine e somiglianza. Direi che dobbiamo tener d'occhio questo ragazzo prodigio, facendo attenzione (sennò sono guai) di non chiamarlo francese!


Amo ostriche. Amo mangiarle in Francia. Pensando ai miei imminenti viaggi nella capitale della Douce France e ai miei posticini di cuore, mi è venuta subito in mente la mia "ostricheria" preferita, di cui anni fa avevo scritto su Honest Cooking che oggi ha drasticamente cambiato il suo formato, diventando di fatto un libro di ricette e non più un portale enogastronomici... peccato. Riporto qua la nota.

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Vorrei segnalarvi una piccola “ostricheria” parigina che per me è diventata ormai una tappa obbligatoria in qualsiasi stagione e qualsiasi sia lo scopo del mio viaggio alla Ville Lumière. Non immaginatevi uno di quei posti glamour, pieni di specchi, vassoi d’argento e mobilio in stile Louis XV, è tutt’altro. In una delle traverse di Boulevard Saint-Germain che porta al mercato del quartiere, c’è una minuscola vetrata con l’insegna che recita “Hutrerie Regis”.  Il locale è tutto visibile già dalla strada, 5 piccoli tavolini nell’austera cornice di maioliche bianche: si sta talmente stretti che si finisce per parlare con i vicini di tavolo e l’atmosfera diventa allegra e conviviale. Nel locale, inutile dirlo, si servono solo le ostriche – minimo una dozzina a testa – che arrivano quotidianamente dal bacino di Marenne-Oléron, famoso per la produzione di ostriche di alta qualità che si affinano nei pozzi di miscela di acqua dolce e salata, chiamati “claires”. Accompagnate da pochi ma ottimi vini della Valle della Loira e della Borgogna, come Sancerre, Pouilly-Fumé, Muscadet, Chablis, sollecitano tutte le papille gustative e valgono da sole il viaggio. Questa volta ero in compagnia di una mia amica che passa tutte le estati in Vandea, la cui cucina, vista la costa Atlantica, è ricca di prodotti di mare, comprese le ostriche. Spaventata dalla dozzina a testa, mi dichiara di continuare a non amare – “ne mangio al massimo una”, – mi dice. Ebbene, con tanto stupore, mio e soprattutto suo, le ingurgita una ad una con tanto di gemiti di apprezzamento. Penso di aver fatto un dono non indifferente a suo marito: da ora in poi potrà gustare le ostriche in dolce compagnia, anche se dovranno essere solo fresche di giornata da Marenne-Oléron.

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Si dice che l'estate è la stagione dei rosati. Questa tesi non mi ha mai convinto del tutto. Forse, perché di rosati veramente belli non ce n'erano tanti in giro e quei pochi non li trovavi ovunque. Ma negli ultimi anni la situazione è cambiata tantissimo e mi sto divertendo ad eleggere "wine_witness rosé dell'anno". Così, grazie al caro amico @il_pescatorio, quest'anno è Ombra di Rosa del Podere Luisa ad essere eletto. Guarda caso, pochi giorni dopo andavo in Toscana proprio nella zona di Arezzo e, ovviamente, sono andata a trovare Romina Erbosi e Sauro Burzagli in azienda a Valdarno.
Un posto di una bellezza incredibile. D'altronde siamo in Italia, siamo in Toscana e il paesaggio qui è bucolico. Non ci sono grandi viali o cancelli che portano alla tenuta, solo tanti vigneti che circondano il podere con una meravigliosa vista dal terrazzo.
Naturalmente il vino è naturale. Dico "naturalmente" perché in questo lasso della mia vita difficilmente i miei sensi avrebbero scelto un vino differente. Romina e Sauro sono degli autentici artigiani del vino. Di viticoltura si occupava sia il nonno di Sauro, sia il padre ma solo loro, l'ultima generazione, hanno cominciato ad imbottigliare. "I pochi imbottigliatori della zona hanno tirato troppo la corda", - dice Sauro. Facevano brutto e cattivo tempo, finche il costo dell'uva è sceso cosi in basso da mettere in dubbio il senso intero dell'attività. 

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Non c'è male senza bene si dice. E infatti, c'è ora qua un brulicare delle belle aziende che, anche se devono ancora farsi strada, lavorano con una lodevole etica. Indubbiamente tra questi anche Podere Luisa. 
Vivendo da sempre in mezzo ai vigneti, l'idea di conduzione sostenibile o biologica non è una nuova tendenza per loro, bensì una normalissima condizione di vita in campagna. "Non possiamo avvelenare l'acqua che beviamo ogni giorno". In effetti... "Non facciamo diserbo, concimazione e rimedi in vigna solo naturali e solo quando serve. Siamo certificati come azienda biologica da Suolo e Salute, ma in realtà stiamo seguendo il protocollo biodinamico dal 2008, non per la certificazione, semplicemente perché ne condividiamo la filosofia. Se ci pensi, i contadini cent'anni fa lo facevano spontaneamente, seguivano il ciclo vitale delle piante, no? Era naturale osservare cicli lunari, concimare con letame.." 
Eppure, quanti scettici ci sono ora verso queste "sciamanerie"...


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Con Sauro abbiamo fatto il giro delle loro vigne che hanno l'età tra 10 e 50 anni. Differenti suoli e esposizione alla luce, ma soprattutto è stato impressionante vedere impatto della biodinamica nella stessa vigna, in cui Sauro ha lasciato alcuni filari senza applicare le sue pratiche. Le terre più vive, le piante più forti, ambiente più vigoroso.. questo è biodinamica.
Quasi tutti i lavori, sia in vigna che in cantina, sono fatti a mano, come vuole la tradizione contadina. Sauro conosce pianta per pianta, va a "leggere" ogni giorno le loro foglie per intervenire in anticipo su eventuali problemi. Macerazione sulle bucce fino a totale svolgimento degli zuccheri in alcol, solo lieviti indigeni, legno grande da 500 lt, niente filtrazioni. 
Assaggiamo tre vini.

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1. Amnesya 2017, 13% abv. Vino bianco da Trebbiano e Malvasia sui terreni argillosi. Il suo nome lo deve a Beppe che sempre dimenticava di fare il bianco. E' un orange da godere sicuramente fra qualche anno, perché la promessa è sostanziosa e si basa su una solida struttura tannica, bel corpo e una spiccata acidità. Solo 2000 bottiglie circa di produzione annuale.
2. Ombra di Rosa 2017, 13% abv. Un rosato color cerasuolo dalle vecchie vigne di Sangiovese sul suolo sabbioso. 18 ore di macerazione circa e salasso. E fresco e sapido, gustoso, pieno di piccoli frutti rossi e con elegante tessuto tannico. Anche se è rosato, pretende almeno un paio di anni in pace (anche perché mi ricordo la poesia del 2015..)Sorprendentemente somiglia a Romina. Solo 1000 bottiglie l'anno.
3. Castelperso IGT Toscana 2014, 14% abv. Rosso dal vigneto vecchio a piede franco sul terreno argilloso e sottosuolo roccioso. Nonostante l'annata "strana" per la zona, questa vigna sembrerebbe poter reggere fenomeni climatici anche tra i più devastanti. In effetti, questo Sangiovese è straordinariamente bilanciato, sottile e verticale. Senz'altro è il vino di Sauro.

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Mi è capitato di vedere l'etichetta del "Canajò", tuttavia, quando sono andata a trovarli in azienda, non sapevo quasi niente dei Il Vinco. Ho parcheggiato la macchina in un luogo che si poteva chiamare "work in progress", era la loro nuova cantina. Poi ho pensato che con quel nome si potrebbe chiamare tutta la loro storia di vignaioli.
Prima arriva Daniele Manoni, lo segue un trattore gigantesco: è il periodo di mietitura di grano. Scopro così che Daniele ha terre con diverse colture, nonché mucche da carne. Da non molti anni laureato in Scienze Politiche come suggeriva la famiglia, ha sempre avuto il pallino per l'agricoltura. 
Il Vinco è un’azienda giovane, un progetto giovane, fondato dai tre ragazzi giovani del posto (lago di Bolsena) nel 2014. A causare il tutto è stato l'amore finito di Daniele con la sua ex ragazza. Giù di morale, segue suoi amici, Nicola e Marco, nelle varie degustazioni di vino. Innamorato della natura e del territorio, subisce colpo di fulmine di fronte ai vini naturali e, durante la visita di una nuova cantina locale, propone di produrre un vino tutto loro. Da brilli, decidono per un sì. 
Arrivato Nicola Brenciaglia, andiamo in vigna. Prima quella sui terreni franco-sabbiosi che si affaccia sul lago e da cui grappoli proviene il "Canajò" e poi quella a piede franco, suolo più tufaceo, che dà poche centinaia di bottiglie di "Rosso delle Macchie", Canaiolo più concentrato del primo ma sempre poco robusto e fresco al palato, come deve essere la Cannaiola del lago di Bolsena. Nicola spiega che la Cannaiola da sempre è stato il vitigno esclusivamente di Marta, mentre nei paesi limitrofi il suo ruolo gioca l'Aleatico. Proprio per questo motivo gli anziani del paese hanno fortemente sostenuto il progetto dei ragazzi, dando in affitto le loro vigne a prezzo irrisorio o anche gratis, e aiutandoli in vigna. Pur di vedere la Cannaiola in vita.

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Andrea Occhipinti si è prestato a vinificare i loro vini nella sua cantina. Lo sperimento (credo sia giusto chiamarlo così) è andato talmente bene che le 2500 bottiglie della prima annata sono state vendute in un mese. Da allora la quantità della produzione si è minimo quadruplicata, il mercato si è esteso a diversi paesi e i ragazzi si sono visti costretti a costruire una cantina tutta loro.
Non ho conosciuto il terzo socio, Marco Fucini, che fa l'orafo. Dico "fa" perché tutti e tre hanno mantenuto i loro lavori, mentre stanno imparando il mestiere di vignaioli. "Entravamo in vigna con libri in mano primi anni, anche se Marco è quello più afferrato in materia tra noi: la sua famiglia si occupava di vino in passato." - continua Nicola che in origine fa olivicoltore. Imparano in fretta: dal 2017 sono già in conduzione biodinamica. Mi spiega anche il nome del progetto: "Il vinco dalle nostre parti è il ramo di salice usato per legare la vite a sostegno, o per fare delle ceste.. Ci è sembrato un simbolo perfetto per rappresentare il nostro legame con la nostra terra."

Il Vinco Canajo

Il "Canajò" è fedele alla descrizione di Nicola di un vino che cercavano di fare: fresco, vivace, beverino e quasi "troppo pulito". Un ragazzo di campagna viterbese. Senza trucchi e senza troppe pretese. 
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In Italia raramente usiamo la parola Pét-Nat ma, per capirci anche all'estero, dobbiamo impararla. Si tratta del termine francese "Pétillant Naturel" accorciato, per comodità dell'uso, fino a Pét-Nat, altrimenti conosciuto come "Metodo ancestrale" o, semplicemente, rifermentato. Una corrente tutta nuova in questi ultimi decenni ma, in realtà, come ci suggerisce termine "ancestrale", è stata la prima interpretazione della spumantizzazione, seguita poi dal Metodo Champenoise. Come sempre, "il nuovo è il vecchio ben dimenticato".

I Pét-Nat non piacciono a tutti, in quanto sono vini semplici e leggeri, freschi e succosi, a volte anche molto rustici, non hanno pretesa di essere grandi vini. Spesso si presentano torbati a causa della presenza residua di fecce e della mancanza di filtrazione. 

Francesco Annesanti, vignaiolo naturale nei pressi di Valnerina, di cui scriverò una nota a parte visto che i suoi vini mi piacciono tantissimo, dice che il suo Pét-Nat di nome Raspato non è un vino, è uno stato di mente. E questa la dice lunga sull'appeal del suo rifermentato. Fatto di uve Sangiovese e Aleatico, rispecchia molto l'anima del posto (incantevole!) e la filosofia di Francesco. 

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Fresco e solare, estremamente beverino, ora che fa caldo produce sensazione di totale appagamento, grazie anche a quella leggera nota acre.. Raspato sfoggia anche una veste country-chic molto allegra, raffigurante episodi della vita di un vignaiolo.

Non ce n'è mai abbastanza!

L’orgoglio dell’enologia italica – Tenuta San Guido. La fama del vino che produce ha superato i confini nazionali ormai da decenni. Ogni intenditore del vino nel mondo ha nella sua lista dei “must try” la Sassicaia di San Guido. Eppure, questo vino nasce, mezzo secolo fa, quasi per azzardo sull’appezzamento di terra che sembrava essere improduttivo, scarsamente ricoperto dai sassi e poco fertile. Sembrava a tutti ma non al Marchese Incisa della Rocchetta che nei sassi ha visto la Graves di Bordeaux, la terra del suo vino ideale. La politica ambientalista dell’azienda segue una filosofia di viticoltura tutta sua: l’intervento in vigna consiste nel non intervenire. In questo microcosmo, circondato dai fitti boschi, l’uomo veglia sull’andamento spontaneo della natura e si interpone solo dinanzi alle calamità ed emergenze, permettendo alla vigna di autoregolarsi con altruistico aiuto degli insetti, della vegetazione, delle correnti marine. Non si perseguita l’obiettivo di sfruttamento massimo del terreno, né di quantità considerevole delle vendite, nonostante la richiesta del mercato superi abbondantemente l’offerta. La forte convinzione della proprietà nella massima salvaguardia del territorio e del suo ecosistema, si riflette nel bicchiere di questo vino, noto al mondo per la sua estrema eleganza. 


Sassicaia 2012 all’assaggio:il vino è molto giovane, ma già ora è infinitamente complesso il suo bouquet di profumi  boschivi, di macchia mediterranea, di bacche di ginepro e di mirto, di nepitella, di terra umida. In bocca irrompe la freschezza salina, ricordandoci la vicinanza con il mare, il tannino, delicatissimo e ben integrato, si avverte ma non è protagonista, lo è la sapidità, incorniciata in un coro di sensazioni che promettono al vino un glorioso futuro. In questo vino si avverte la carica della storia pregressa: non c’è una traccia di oscillazione, di immaturità caratteriale, è un vino di razza con solida personalità, che va oltre questioni di età, è la finezza senza tempo, la Audrey Hepburn del vino.