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Questo articolo è stato scritto da me per Bibenda e pubblicato a Dicembre 2021.

 



L’esercito di appassionati di questi vini unici sta crescendo mentre nel territorio di produzione ci sono dei cambiamenti in corso per stare al passo con i tempi.

 

Quando bere un Jerez, in quali circostanze? 

 

L'Amontillado sarebbe desiderabile per celebrare le proprie vittorie, per quando s’incontra un vecchio amico, per conversazioni di natura filosofica, per bere da soli o in due al principio di un innamoramento. L’Oloroso è un vino per fare la pace, per alleviare la malinconia, per discussioni politiche o sportive. Mentre il Fino e la Manzanilla vanno bevuti sempre, già solo per il fatto che rendono il gusto di ogni piatto più intenso e buono.

 

Un piccolo ripasso prima di proseguire qui è sicuramente indicato.

 

Il vino di Jerez è internazionalmente conosciuto con il nome di Sherry, anche se sarebbe giusto chiamarlo con il nome della città a cui deve la sua storia e denominazione. I suoi cittadini sono stati orgogliosamente diligenti da non far cadere nel dimenticatoio questa nobile bevanda, amata da Giulio Cesare e decantata da sir Shakespeare in persona. Quindi, chiamiamolo Jerez.

Come ogni vino fortificato deve il suo secolo d’oro e la sua fama al periodo delle grandi navigazioni delle flotte inglesi. Rispetto a Porto, Madeira e al nostro Marsala, ha un ventaglio di stili molto differenti tra loro anche se si fa esclusivamente con un'unica varietà d’uva, quella di Palomino Fino, il dolce e denso PX (Pedro Ximenez) a parte.

  • Fino è un vino bianco secco affinato sotto il velo di flor nelle botti di rovere secolari del tradizionale sistema solera nelle storiche cantine, chiamate anche “cattedrali” per le loro navate ad arco, nel cosiddetto “marco de Jerez”.
  • Manzanilla segue lo stesso percorso del Fino ma si chiama così solo se l’affinamento avviene nel comune di Sanlúcar de Barromeda.
  • Questi due vini hanno un colore pallido, aromi delicati al naso e una certa pungenza al palato, dovuti all’affinamento “biologico”, spesso erroneamente chiamato ossidativo all’estero.
  • Amontillado è un vino molto particolare in quanto inizia anche esso il suo cammino sotto il velo di flor, per poi essere fortificato fino alla scomparsa della flor e esposto all'ossidazione. Ha il profilo intrigante, sottile e deciso nello stesso tempo.
  • Oloroso fa un invecchiamento ossidativo, il che lo rende strutturato e complesso, naturalmente più scuro dei precedenti.
  • Palo Cortado viene descritto in vari modi, più spesso come miracolo o arte del cantiniere. Non segue un protocollo di produzione e, di solito, come caratteristiche organolettiche si posiziona tra Amontillado e Oloroso, ma ha sempre un qualcosa di meravigliosamente unico e seducente.
  • Cream… Ci sono più tipi di Sherry – e qui è proprio azzeccato chiamarlo Sherry – in questa categoria ma noi la tralasciamo. Venduti quasi esclusivamente sui mercati anglosassoni, a Jerez dicono cosi di questi vini: “los jerezanos no beben lo que venden” (i jeresani non bevono ciò che vendono). Questo è perché i cream sono nati per adattare i jerez ai palati inglesi.
  • PX è fatto con uve Pedro Ximenez, è dolce per definizione ed è compagno fedelissimo della pasticceria cioccolatosa.
Bene, fatto questo preambolo, torniamo nelle terre di Jerez, terre bianche di albariza, il tipo di terreno che da queste parti fa miracoli: assorbe e trattiene l’acqua, rilasciandola gradualmente nei periodi di siccità e di temperature massime durante i mesi estivi. Ricordiamoci che qua stiamo quasi in Nord Africa. Il fenomeno di albariza permette a Palomino una maturazione progressiva e corretta.

L'invecchiamento biologico è senza dubbio uno dei maggiori contributi della regione di Jerez al mondo del vino. In qualsiasi altra regione vitivinicola del mondo, il fatto che milioni di organismi viventi prendano parte attiva nel processo della vinificazione e dell'affinamento del vino, sarebbe un problema non di poco conto, mentre qua, a Jerez, è esattamente l'opposto: sono indispensabili per rendere i vini unici come nel caso di Fino e Manzanilla. I produttori del marco sono abituati a gestire lieviti che vivono nelle “catedrales” da centinaia di anni con la consapevolezza che il controllo totale qui è irrealistico: ogni botte di vino è un mondo a sé e l'invecchiamento del vino sotto un velo di lieviti è una specie di miracolo nel corso del quale il mosto si trasforma in vini delicati, sapidi e concentrati. Considerando che sotto la flor al vino viene tagliato “il respiro”, e ciò nonostante, quello rimane vivo nutrendosi solo delle sostanze del mosto, significa che il vino di base è ricco e di elevata qualità. A questo proposito, Willy Perez, un giovane enologo e grande studioso di vini di Jerez, da anni ha sollevato la questione relativa al credere comune che il Palomino sia una varietà neutra. Secondo Willy, questo errore è dovuto alle rese troppe alte, adottate negli anni 80-90, che lo rendono più diluito. 

 


Willy Pérez, enologo di Bodegas Luis Pérez e consulente di altri progetti indipendenti, è appassionato della viticoltura di Jerez. Sugli schermi del computer di Willy nel suo ufficio ci sono impaginazioni del suo futuro libro, contenete migliaia di documenti antichi: foto e descrizioni degli storici pagos (proprietà e appezzamenti) e dei processi di vinificazione della regione, mappe e zonizzazioni, lettere e fatture, annate e via dicendo. Durante moltissimi anni di ricerche, dovute alla sua smisurata passione, Willy ha sviluppato un grande rispetto per il territorio insieme allo spirito critico e contrastante per la situazione instauratasi negli anni in questione. Tornare alle rese dell’epoca pre-filosserica di 1.000-3.000 kg per ettaro, e all’invecchiamento biologico mirato (“perché è una tecnica per affinare un vino, non è un obiettivo fine a se stesso”(c)) nell’ottica di preservare le caratteristiche varietali di un singolo vigneto e di ogni singola annata, è ciò di cui necessita la regione, secondo Willy. La sfida più grande di Willy, tuttavia, è stata quella di aprire il dibattito sull’ottenimento dei Jerez Fino, Amontillado e Oloroso senza fortificazione, come si faceva anche nel lontano passato. Naturalmente, questa modalità contempla tassativamente tutto ciò da lui auspicato, e ha lo scopo di raggiungere la migliore espressione di un dato appezzamento di terreno. Lo dimostrano il Fino “Barajuela”, prodotto dallo stesso Willy, come anche alcuni vini del progetto comune di Equipo Navazos con Niepoort (quello del Porto), che, non essendo fortificati, sono dei Jerez che hanno caratteristiche sia del Fino che di un bianco normale, e performano un equilibrio perfetto tra varietà e invecchiamento biologico che rimarrà sempre il segno distintivo dei vini jeresani.


Gli anni “industriali” della produzione del vino, non solo a Jerez ma anche da noi in Italia, spesso avevano danneggiato l’immagine dei vitigni e dei terroir a favore dei numeri della commercializzazione. Di quanti vini si è creata la reputazione sbagliata di vini incapaci di invecchiamento o di complessità? Cosi è stato anche con alcune tipologie del Jerez di evoluzione biologica. Ed è grazie all’Equipo Navazos che sono arrivate al pubblico internazionale degli appassionati delle smentite tangibili. Equipo è composto da due partner: l’autorevole enologo Edoardo Ojeda e Jesús Barquín, professore di criminologia all’Università di Granada, nonché vero conoscitore e divulgatore di vini di Jerez. Il loro progetto, come tutte le cose piccole ma grandiose, è nato per caso, da una “bota de Jerez” da molti anni dimenticata in un angolo remoto di una nota cantina, che loro, sorpresi dal contenuto, avevano imbottigliato. Così, decisero di proseguire le ricerche di vecchie botti accantonati nell’epoca preindustriale. Fu un successo clamoroso, oltre ad essere un’ulteriore dimostrazione della qualità superiore dei vini prodotti prima di quegli anni “tecnici e quantitativi”, in regime più tradizionale e storicamente autentico, in grado di sfidare il tempo.

 

Non è stato facile trasformare queste idee e fatti nella realtà odierna. Ci sono voluti anni, nascita di nuovi e giovani produttori, lavoro dei luminari tra le massime autorità, come l’attuale presidente del Consejo Regulador Cesar Saldaña, il già menzionato enologo Edoardo Ojeda e altri, ma alla fine è successo: il 27 Luglio 2021 è stato fatto un passo avanti, approvando l'ampliamento dell'areale di affinamento dei vini di Jerez, la produzione di vini non fortificati, l'utilizzo di altri vitigni autoctoni e il divieto del Bag in Box. 

E’ una grande vittoria sia per tanti produttori artigianali che producono vini bianchi con affinamento biologico o ossidativo, sia per appassionati, perché si tratta di vini vivi e sorprendenti, molto adatti alla gastronomia, proprio come il Fino, l'Amontillado e l'Oloroso. L’importante è concedersi il primo contatto con questi vini, aprirsi per ascoltarli. 


E ricordare che un Jerez non dovrebbe mai essere bevuto d’un fiato, poiché non è un vino volgare. Bisogna assaporarlo, gustarlo con cibo, e riempire nuovamente il calice, che non deve mai essere vuoto. Il rito deve continuare. Sempre.






Nei primi anni 90' Mosca ha accolto i primi due ristoranti italiani, Il Pescatore e La Cipolla d’Oro, diventando così il quartier generale di quegli italiani avventurieri che si sono precipitati, attratti dal crollo dell’Unione Sovietica e da possibili affari, in un paese che doveva ancora scoprire il libero mercato. Al Pescatore c’era la TV con i canali italiani e nelle date importanti si faceva il pienone.  Le elezioni del 1994 erano una di quelle, Berlusconi era sceso nel campo politico, indossando un sorriso smagliante. Si mangiava, si beveva e si scherzava, festeggiando ignari l’inizio dell’era berlusconiana. Durante la finale “Italia-Brasile” si man­­­giava poco e si scherzava ancora meno, si beveva evocando il nome del magnifico Roberto Baggio. La partita me la ricordo bene, ma il vino no. Sicuramente era un vino ordinario, un Soave o forse un Frascati, dato che i proprietari erano di Fiumicino. Non avvezza al vino in virtù della mia giovane età quasi interamente trascorsa nella Russia sovietica, dove i vini moldavi e georgiani in circolazione erano zuccherini e spesso ossidati, nutrivo grande curiosità per quel gusto secco, discreto e garbato, decidendo, tra me e me, che forse mi piaceva. Preferivo cenare al Cipolla d’Oro, l’atmosfera lì era meno chiassosa, quasi elegante. Una sera assaggiai un vino rosso e chiesi ai miei commensali di ricordarmi all’indomani il suo nome: mi era parso strepitoso. Risero, esclamando che “la ragazza ha un buon gusto, le piace il re dei vini, il Barolo”. Quanto mi piacerebbe sapere adesso quale fosse quel Barolo, qual'è la sua storia, chi fossero gli uomini dietro l’etichetta, ma, come è ovvio, allora anche il nome era per me un’informazione più che sufficiente (uno dei commensali qualche anno dopo mi disse che era un Mascarello ma non ne sono certa).
Il primo viaggio nelle Langhe è avvenuto molti anni dopo, con molteplici assaggi di diversi Barolo alle spalle. E anche se ormai mi ero irreversibilmente appassionata al vino e in genere all’enogastronomia italiana, conoscevo molti vini e vitigni e con entusiasmo praticavo la territorietà degli abbinamenti nella cucina di casa e nei viaggi per la penisola, il Barolo è sempre rimasto sul mio piedistallo personale dei vini italiani. Le Langhe mi hanno fornito la cornice di cui aveva bisogno il mio Barolo, la chiave per capirlo al meglio. La gastronomia locale è un magnifico sodalizio di semplicità e raffinatezza, unico al mondo se pensiamo al contesto prevalentemente contadino in grado di offrire piatti di grande armonia, freschezza e anche estetica. Dai meravigliosi risotti alle tartare di fassona, agli squisiti formaggi, al tajarin al tartufo bianco, ovunque al mondo ormai conosciuto come il tartufo d’Alba. In autunno, in tempo di vendemmia e di tartufo bianco, queste terre offrono uno spettacolo ineguagliabile della natura: il paesaggio sembra essere dipinto da un sapiente astrattista, ogni fazzoletto di vigne di un colore diverso che va da un rosa tenue fino al viola intenso, passando per tutte le sfumature di rosso, arancio e verde. Nelle vallate, disposte in tutte le inclinazioni possibili tra le colline, scivola dolcemente la nebbia, cambiando, per la gioia dello spettatore, il quadro a ogni ora del giorno. E’ dalla nebbia che prende il suo nome il nebbiolo, il più nobile tra i vitigni italiani e forse anche di tutto il mondo. Un vitigno non facile, il nebbiolo si concede solo a chi lo conosce da sempre, a chi conosce i suoi segreti, le sue debolezze e le sue potenzialità, a chi sa e vuole ascoltarlo: la gente della sua tradizione. Altrove si comporta da un gran ribelle introverso e difficilmente regala il meglio di sé. Ricco di tannini, povero di antociani, tardivo e fragile, richiede tante cure, tanta fatica e tanta passione, che non sono certamente mancati qui nei secoli precedenti. Non c’è nulla di più affascinante, nel mondo del vino, del mistero di un terroir. Non bisogna stupirsi quindi se i “terroiristi” continuano a manifestare il proprio disaccordo con il “parkerismo”, che predilige la piacevolezza del vino a tutti costi. Indubbiamente, alla fine dei conti, è il palato che deve restare soddisfatto, ma il vino, si sa, è il prodotto più culturale della terra, più cerebrale, più intrigante, per Balfour “è poesia imbottigliata.”Il vino si racconta a chi ha voglia di ascoltarlo. Aprire una bottiglia di vino è come accedere a uno scrigno magico, dentro cui si trovano storie, nomi, nobiltà e miseria, sconfitte e rivincite, caparbietà e sogni che si realizzano. La narrazione attraverso profumi, colori, ricordi e sensazioni. Il Barolo del crinale est, che unisce le vigne dei comuni di La Morra e di Barolo, dove i suoli sono calcarei di epoca tortoniana, è diverso dal Barolo di Serralunga d’Alba, dove albergano alcune delle vigne più alte della denominazione e il terreno elveziano è meno fertile. Il primo, pur conservando la sua solennità, è molto sottile e fragrante, si dice addirittura “femminile”, mentre quello di Serralunga è famoso per essere robusto e austero e per il richiedere lunghissimi invecchiamenti. Castiglione Falletto dona ai suoi Barolo un ricco bouquet di aromi, rendendoli deliziosamente profumati. Proviene da qui un'altra bottiglia che mi ha allettato con i suoi racconti durante quest’ultimo viaggio. Le vigne della famiglia Cavallotto una volta appartenevano a quella donna fantastica, il cui nome è strettamente legato al “vino dei re”. Anzi, è stata proprio lei a donare al Barolo questo appellativo. Giulia Colbert, una francese sposata con Carlo Tancredi Falletti, l’ultimo marchese di Barolo, un giorno inviò al Palazzo Reale trecentoventicinque carri di vino, uno per ogni giorno dell’anno, esclusi i quaranta giorni della Quaresima. Considerando l’alto lignaggio degli habitué e degli ospiti del Palazzo, era un autentico atto di valorizzazione del patrimonio enoico delle Langhe e in particolar modo del Barolo. 
Insomma, il Nebbiolo è stato aiutato dai personaggi nobili prima e quelli illuminati poi. Dopo il Barolo, all'epoca già odierna, è stato sicuramente Angelo Gaja a mettere sotto i riflettori il Barbaresco, diventando il suo ambasciatore e promotore nel mondo. Più esile e setoso, il Barbaresco ha conquistato il posto sul piedistallo dei nebbioli vicino al Barolo uscendo definitivamente dall'ombra di quest'ultimo. Sempre Nebbiolo, sempre Piemonte, due rappresentazioni identitarie dei due terroir vicini ma diversi. Naturalmente, anche un buon Barbaresco non mi lascia indifferente, anzi. Tra miei preferiti ci sono Sottimano, Produttori del Barbaresco, Marchesi di Gresy, Piero Busso e altri.

Poi c'è anche il così detto "L'altro Piemonte", dove il protagonista è sempre Nebbiolo, spesso chiamato Spanna. Parliamo di zone vitivinicole Gattinara e Boca, nebbioli succosi e vellutati; scuri e sapidi Bramaterra; balsamici, floreali e fruttati quelli di Ghemme, Fara, Lessona e Sizzano. 


E poi c'è la Valtellina, dove il Nebbiolo si fa chiamare la Chiavennasca. Terre di viticoltura eroica, vigneti in grande pendenza, grandi sbalzi termici sia stagionali che diurni in mani sapienti conferiscono al vino un eleganza e una bevibilità senza iguali.  Sicuramente per me è l'ultimo tra gli innamoramenti vissuti verso il Nebbiolo. Ma, ci tengo a dire, che oggi anche la Valtellina vive una grande rinascita grazie agli produttori orientati verso la qualità rappresentata dalla finezza, dalla piacevolezza di beva, dalla freschezza e dalla più fedele interpretazione del terroir e del vitigno. E non importa se si tratti del vino semplice dove la frutta regna sovrana o del vino strutturato, verticale, con sentori terziari che viaggino dal balsamico alle reminiscenze del odore di un buon sigaro. Produttori come Siro Buzzetti, Lorenzo Mazzucconi, Sandro Fay, 
Donato Ruttico che fa anche salumi da perdere la testa, e diversi altri, stanno portando la Valtellina nelle vette della produzione del Nebbiolo.

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Jerez mi incuriosiva da sempre: la letteratura inglese, a partire da Shakespeare, ne è piena di reminiscenze. Si versavano fiumi di sherry in diverse epoche, in diverse occasioni. Poi è tornato ad echeggiare durante il mio studio di spagnolo, insieme alla tauromaquia, al flamenco, alla dominazione araba. Già bevitrice consapevole a quell'epoca, fremevo di assaggiarlo. E quando è successo rimasi confusa: mi sembrò.. strano. Pallido alla vista, pungente al naso, indecifrabile al palato. Così smisi di fremere. 


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Anni dopo, al Master del Vino, dovetti studiarlo per benino e, spinta dalla mia antica curiosità nei suoi confronti, lo feci anche meglio. All'esame ho avuto Jerez. Sapevo di lui tutto, vita, morte e miracoli. Non poteva che essere un gran vino. Ma in Italia non si trova(va) nulla a parte Tio Pepe base e qualche denso dolcissimo Pedro Ximenez. Quell'estate andammo in Spagna, ma non in Andalusia, fa troppo caldo lì in agosto. Lo cercavo nelle carte dei vini finché non siamo capitati in un ristorante stellato di Santander, con un vero sommelier in carne e ossa. "Uno dei vini più grandi del mondo", mi disse, "vuole, le faccio una degustazione didattica?". La volevo, eccome se la volevo. E' stato potente, illuminante e infinitamente bello. Doveva essere approfondito. Per la mia fortuna, nei successivi tre anni ho passato moltissimo tempo tra Londra e Amsterdam (altro acquirente storico degli sherry), dove ho potuto farmi una buona cultura degustativa dei jerez. Il mio palato ha imparato a sentire le sfumature di fino e di manzanilla, distinguere quella classica da quella pasada e quella en rama, capire oloroso, amontillado e non inquadrare del tutto il palo cortado. A ogni mio passaggio a Londra tutt'ora si compie il rituale a La Copita e a Pepito, a volte anche da Drake's Tabanco e da Barrafina. Adoro jerez-xérès-sherry, lo trovo un compagno incredibile da solo e a tavola. Tuttavia, mi mancava una cosa fondamentale: mettere il piede in una (due, tre, dieci..) bodega, annusare la flor, assaggiare il vino mentre è in progress.. Sapevo che un giorno non lontano l'avrei fatto: i sogni vanno vissuti. 



Ed è successo. All'improvviso, come in un sogno. Poche ore prima di trovarmi in Jerez, mi è arrivata la carta d'imbarco per Sevilla, senza ulteriori spiegazioni. Era la vigilia del mio grosso compleanno e la mia stupenda famiglia.. Ma quello è un tema a parte e non per queste pagine. Quando la macchina, guidata da un amico, ha svoltato in direzione Jerez, mi sono sentita una teenager per l'espressione di gioia. Seguirono cinque giorni di bodegas e di tabancos, di vigne e di soleras, di città andaluse, di alcazar e cattedrali, di tanto cibo, abbinato solo e rigorosamente ai vini di jerez. 
E nonostante la mia ormai profonda, teorica e pratica, preparazione in materia, non sono mancate le sorprese. Ovviamente riguardavano le tendenze odierne che abitano ancora nelle menti e nelle bodegas dei produttori, non girano il mondo se non in direzione mirata e concreta. Vinificazioni diverse, nuovo disciplinare approvato da parte della Comunità Europea, sapori sconosciuti. Anche qui, come ovunque nel settore vino, ci sono dei cambiamenti che bollono in pentola. Riguardano piccoli produttori e vini artigianali, interpretazioni di terroir e di annate, non esattamente ciò che rappresenta solera.. Parlare con gente che respira cambiamenti, li spinge perché ci crede, ecco cosa manca.
E mi preparo di nuovo la valigia, questa volta volo fino a Jerez.
Furmint Harslevelu

A ritorno dall'Ungheria, con impressioni ancora fresche, faccio un breve riassunto generale. Il paese conta 22 regioni vitivinicole. Di queste 22, ad oggi, è necessario menzionare almeno 4-5. Ovviamente Tokaj (di cui a parte), poi Villany,  Szekszárd, Eger, e Somló. Il vino è una cosa importante in Ungheria: era quinta nazione per la quantità del vino prodotto prima della fillossera; il vino è menzionato nell'inno nazionale; ci sono reperti che dimostrano la presenza del vino sul territorio molto prima dell'arrivo dei romani; la prima regione vinicola a livello mondiale dichiarata nel 1737 è Tokaj. Tuttavia, a causa del periodo sovietico, orientato verso la quantità e non la qualità, Ungheria, si potrebbe tranquillamente dire, sta muovendo i primi passi dopo una lunga malattia, con grande aiuto di investitori occidentali. Difficile definire style di vino tipicamente ungherese: ce n'è di tutto anche all'interno delle minuscole sottozone.

1. Eger. 130 km est da Budapest

E' la Bordeaux ungherese. Qui si produce il più famoso blend rosso del paese, Egri Bikavér (Sangue di toro). Non c'è uvaggio "standard", la legge implica solo che il 50% del blend deve essere composto dai vitigni locali. Il vitigno predominante è Kékfrankos, che ogni produttore è libero mettere in qualsiasi percentuale con Kadarka, Kékoportó, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot, Syrah ecc. Maggior parte di questi vini sono abbastanza rustici e marmellatosi con una buona acidità. Ci sono, però, cantine che producono Bikavér più aggraziato, dritto e speziato, come quello di St Andrea o di Hagymasi. Il 1997 di quest’ultimo è, senza se e senza ma, un gran vino: elegante e di una complessità terrosa, boschiva, vegetale. 

Egri Bikavér

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Inoltre, anche Cabernet Franc e Pinot Noir fanno delle promesse non prive di fondamenta, come, per esempio, quelli prodotti dalla società di Gal Tibor, fondata nel 1993 insieme a Nicolò Incisa della Rochetta.
A Eger (città, tra l'altro, bellissima), si produce anche il blend bianco, Egri Csillag (Stella di Eger). E' abbastanza aromatico, con tanti fiori bianchi e frutta esotica. Dignitoso, nulla di più.
Una volta qua, per fare una degustazione a 360°, basta chiedere il GPS di essere portati alla Valle delle Belle Donne, appena fuori dalla città di Eger, per assaggiare diversi esempi di Bikavér. La Valle, in realtà, è un territorio di circa 4000 ha di vigneti, ma nel suo punto principale (quello di GPS, per intenderci) si presenta come una piazza del paese, circoscritta, anziché da case, da cantine scavate nel tufo secoli fa. Come ovunque nel settore servizi in Ungheria, quasi tutti parlano inglese e volentieri rispondono alle domande.

2. Villány e Szekszárd. 150-200 km sud da Budapest.

Suoli vulcanici, inverno più mite che al nord, ottime esposizioni solari, da qui provengono i migliori Cabernet Franc, Kadarka, Cabernet Sauvignon e Merlot: complessi ed eleganti, o sottili Kadarka (foto), molto spesso sono fatti magistralmente.
Famiglia Antinori ha investito in Szekszárd e produce vini sia rossi che bianchi (a Tolna) come azienda Tűzkő Estate. Lo splendido Harslevelu di Bock in Villány che ho bevuto dimostra che anche i bianchi della regione possono essere di grande livello.

Vitigni ungheresi

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3. Nagy Somló. Circa 80 km nord-ovest da Budapest, al confine con la Slovacchia 

E' la più piccola regione ungherese con terreni variegati vulcanici, argillosi e sabbiosi. Considerata una regione di estremo interesse per i bianchi fatti con l'uva Juhfark (Coda di pecora). Questi vini si distinguono per il loro caratteristico aroma di cenere e fumo e sapore sapido. Migliora con affinamento in bottiglia sviluppando sentori aggrumati e corpo.
Io ho assaggiato due esemplari soli, sicuramente interessanti per quanto preferisco alcuni Harslevelu e Furmint secchi. Ma due vini soli non bastano..

vino ungherese
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Siamo abituati a pensare vino australiano come un vino muscoloso, masticabile, tannico e legnoso, marmellatoso e... rosso. Si, perché, in effetti, è quello rosso che viene subito in mente, anche se ce ne sono tanti bianchi degni di nota, a volte anche notevoli.
Ma c'è di più: come quasi ovunque, ci sono produttori indipendenti che lavorano fuori dagli schemi, creano tendenze e associazioni, sfidano i cliches, interpretano terroir secondo la propria visione.
Mi è già capitato, durante varie fiere, soprattutto qua a Londra, di assaggiare vini australiani "diversi", quel poco che è bastato a scaldare il mio interesse a monitorare le opportunità di approfondimento.

Ed eccomi alla degustazione di vini australiani lo-fi da Sager+Wilde che sostiene produttori Lo-Fi indipendenti (chiarimenti su termine lo-fi).

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Cantine in degustazione:

ARCHITECTS OF WINE
“Minimi interventi, approccio artigianale, vini da piccoli appezzamenti creati con passione”
Un architetto che è diventato un vignaiolo. Prima uscita sul mercato nel 2013 dopo che un hobby è diventato un'ossessione. Uva proveniente principalmente da Adelaide Hills e da Clare Valley, vinificazioni sotto l'insegna di 'less is more' per trasmettere peculiarità della vigna e del vintage.

vini in assaggio: Riesling, Lagrein

BK WINES
Fondata nel 2007 da Brendon e Kirstyn Keys. L'approccio è quello di creare vino unico, come possa esserlo un opera d'arte, senza seguire le regole ma interpretare il luogo attraverso il frutto. Da qui la scelta dei vigneti su Adelaide Hills "perché è un ottimo posto per vivere e fare vino, è un luogo in cui la non conformità è la regola". 

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vini in assaggio: Chardonnay (New Zealand), Savagnin, Sauvignon Blanc, Pinot Noir, Syrah

JAMSHEED
Gary Mills era un insegnante di inglese in Giappone dopo la laurea in Lettere. Durante le vacanze ha fatto da guida per un gruppo di giapponesi nell'Australia vitivinicola. Quell'esperienza gli cambiò la vita. La prima etichetta di Jamsheed risale al 2003. Gary è noto per la sua capacità di bilanciare potenza con finezza. I suoi vini sono fatti con fermentazioni a grappolo intero e un uso minimo di solforosa. 

vini in assaggio: due pet-nat (uno bianco e uno rosato), Sauvignon Blanc da Yarra Valley e Sagrantino da Heathcote

KOERNER
Koerner Wine è un'azienda di Jonathan Koerner e fratelli Damon. Cresciuti nella Clare Valley, producono vini leggeri, freschi, e ben strutturati di alta bevibilità, principalmente da uve provenienti dal vigneto di famiglia Koerner. "La nostra filosofia di vinificazione è molto semplice: i vini sono fatti in vigna."

vini in assaggio: Vermentino, "La Corse" (60% Sangiovese, 20% Grenache, 15% Sciacarello & 5% Malbec)

SIGURD
La cantina si trova in Barossa Valley e si chiama così in onore del bisnonno norvegese del produttore Daniel Graham. Daniel è laureato in enologia, in passato ha lavorato per Jacobs Creek, ora fa consulente per l'azienda convenzionale Red Heads Wine, mentre produce proprio vino naturale, Sigurd. Tutti suoi vini sono fatti con lieviti naturali, non subiscono chiarificazione e c'è solo una piccola quantità di solforosa aggiunta prima di imbottigliamento.

vini in assaggio: White blend (Riesling 49%, Sauvignon Blanc 25%, Semillon 16%, Vermentino 6%, Gewurtraminer 4%), Chenin Blanc

Una bellissima degustazione accompagnata da una bella e estiva grigliata in un clima estremamente friendly e goliardico. Tanti vini assaggiati, questi mi avrei portati a casa:
  • Il Savagnin BK Wines da Adelaide Hills sulle bucce che solo lontanamente ricorda quello del Jura anche se è sempre di carattere deciso, combina note acri con delicato aroma di biscotti. Se vogliamo, è più femminile del Savagnin della regione francese, porta un cappello di paglia mentre va in ferramenta. 
  • Il Sagrantino Jamsheed di Heathcote è fragrante, vivace e quasi nordico, fermentato con grappoli interi e tuttavia con gentile estrazione, senza filtrazioni ne chiarifiche, ricorda vigorosa succosità di una spremuta di melograno. 
  • White Blend si Sigurd è un'ode all'estate nel Middle Europe, con valli fiorite di mille piante dove ubriacarsi di odori..  Questo vino ha inizio a febbraio con la raccolta del Gewurztraminer, poi fermentato sulle bucce per 10 giorni prima di riposare in vecchie barrique di rovere francese (250 litri). Il Sauvignon Blanc fermenta sulle bucce per 2 giorni e finisce la fermentazione in acciaio. Il Riesling è l'ultimo ad arrivare in cantina, fermenta con grappoli interi in foudre (1600L) di 100 anni dove rimane fino all'imbottigliamento a dicembre. Il Semillon passa 4 giorni sulle bucce, poi in acciaio. Rimangono tutti sui loro lieviti fino a fine novembre prima di essere travasati, assemblati e imbottigliati due settimane dopo con una piccola aggiunta di zolfo.
  • Il Chenin Blanc Sigurd macerato di Clare Valley ha profilo gusto olfattivo molto diverso dal suo fratello, questo richiama l'estate inoltrata con l’erba appassita, giornate più corte, sole meno cocente. E' proprio nelle mie corde.
  • Il Pinot Noir BK Wines profuma di bosco dopo un acquazzone estivo. Meraviglioso
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Un altra parola, come pet-nat, che dobbiamo imparare, è lo-fi e proviene sempre dal mondo del vino naturale. Anzi, in realtà proviene dal mondo musicale e ma è stata adottata e adattata al vino, in quanto, molto meglio del termine "naturale",  rispecchia una certa filosofia di produzione, quella del vino 100% artigianale e quindi autentico. Un approccio olistico alla coltivazione, alla produzione e persino alla vendita del vino. E devo dire che alla degustazione di lo-fi wines qui a Londra l'ho potuto sperimentare: è molto lontano l'atteggiamento dei guru di vino presentato da quella solita aria di saputellismo da casta che spesso si nota da noi. Parola d'ordine è la condivisione.

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Lo-fi, nello specifico, significa conduzione integralista in vigna (niente meccanizzazione o irrigazione, trattamenti chimici neanche a nominarli), fermentazione solo con lieviti indigeni, nessun aggiustamento in cantina tipo acidificazione o micro ossidazione, poco uso di legno, filtrazioni non invasive o assenti.
Viene da se che tutto ciò è per preservare al massimo il microcosmo in cui un vino nasce. Compresa la passione del produttore.
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A un passo da Podere Luisa, a Montevarchi, si trova la fattoria Caspri, il regno di Bertrand Habsiger, un francese alsaziano. Lo conosco da Romina e Sauro e anche lui mi accoglie generosamente in cantina nonostante è una giornata assai calda con 38°C all'ombra.

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La fattoria è stata acquistata una decina di anni fa da una donna facoltosa, impegnata nel settore arte. Bertrand,  che lavorava con lei negli ultimi anni, di colpo si è ritrovato a fare il vignaiolo, complice il suo passato da sommelier in un ristorante stellato (anche lì di colpo e per volere del capo.. il karma?), dove si è fatto le ossa con i migliori vini del mondo, per poi cadere in trappola, effetto colpo di fulmine per un Pinot Bianco naturale alsaziano, dei vini biodinamici. Avendo nella fattoria la carte blanche decisionale, ca va sans dire, porta avanti la conduzione biodinamica, sperimentando con diversi vitigni sia locati che internazionali. Tra le varietà a bacca rossa ci sono Sangiovese, Ciliegiolo, Canaiolo, Alicante, Syrah e Pinot Nero, mentre a bacca bianca i tradizionali Trebbiano e Malvasia.

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Gli ettari di vigneto in proprietà sono circa 10 sui terreni di gneiss, limo, sabbia e argilla, 7 ha di oliveti e un orto di dimensioni notevoli. Nelle vigne si pratica un sovescio ricco di azoto, preparati 500, piante ricche di silicio. In cantina è un work in progress, dove al momento si vinifica 20% di uva con raspi e il resto diraspato, si fanno macerazioni abbastanza lunghe (fino a 30gg) con tanti rimontaggi e affinamenti in legno, grande e piccolo, fino a due anni. 
La produzione attuale si aggira intorno a 15000 bottiglie, ma da quest'anno tutti i vigneti entrano in produzione aumentano il numero di bottiglie fino a 25-30 mila, mentre la prospettiva è quella di arrivare a 40000.
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Ho assaggiato diverse cose tra cui il Metodo Classico da Sangiovese (cremoso e delicato, peccato una pronunciata riduzione), il Syrah (interessante, stile Crozes-Hermitage), il Ciliegiolo in purezza e in blend con il Canaiolo (freschi, succosi e spensierati) e poi Pinot Nero e Luna Blu (Trebbiano e Malvasia) dalla vasca. E questi due mi hanno colpito molto. Il primo, di medio corpo, è un vino elegante nella sua rusticità, propina già sentori di sottobosco e di piccoli fritti rossi. Mi sono portata a casa una magnum 2017 da bere magari in primavera. L'altro l'ho trovato semplicemente fantastico, perché nelle mie corde: salino, resinoso e agrumato, dinamico, forte, sopportato dai morbidi tannini. Purtroppo, Bertrand non ne aveva più in cantina, quindi dovrei ricavarne uno da qualche parte..

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Esuberante, estroverso, provocatorio ma anche "precisino", Bertrand fa vini a propria immagine e somiglianza. Direi che dobbiamo tener d'occhio questo ragazzo prodigio, facendo attenzione (sennò sono guai) di non chiamarlo francese!


Amo ostriche. Amo mangiarle in Francia. Pensando ai miei imminenti viaggi nella capitale della Douce France e ai miei posticini di cuore, mi è venuta subito in mente la mia "ostricheria" preferita, di cui anni fa avevo scritto su Honest Cooking che oggi ha drasticamente cambiato il suo formato, diventando di fatto un libro di ricette e non più un portale enogastronomici... peccato. Riporto qua la nota.

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Vorrei segnalarvi una piccola “ostricheria” parigina che per me è diventata ormai una tappa obbligatoria in qualsiasi stagione e qualsiasi sia lo scopo del mio viaggio alla Ville Lumière. Non immaginatevi uno di quei posti glamour, pieni di specchi, vassoi d’argento e mobilio in stile Louis XV, è tutt’altro. In una delle traverse di Boulevard Saint-Germain che porta al mercato del quartiere, c’è una minuscola vetrata con l’insegna che recita “Hutrerie Regis”.  Il locale è tutto visibile già dalla strada, 5 piccoli tavolini nell’austera cornice di maioliche bianche: si sta talmente stretti che si finisce per parlare con i vicini di tavolo e l’atmosfera diventa allegra e conviviale. Nel locale, inutile dirlo, si servono solo le ostriche – minimo una dozzina a testa – che arrivano quotidianamente dal bacino di Marenne-Oléron, famoso per la produzione di ostriche di alta qualità che si affinano nei pozzi di miscela di acqua dolce e salata, chiamati “claires”. Accompagnate da pochi ma ottimi vini della Valle della Loira e della Borgogna, come Sancerre, Pouilly-Fumé, Muscadet, Chablis, sollecitano tutte le papille gustative e valgono da sole il viaggio. Questa volta ero in compagnia di una mia amica che passa tutte le estati in Vandea, la cui cucina, vista la costa Atlantica, è ricca di prodotti di mare, comprese le ostriche. Spaventata dalla dozzina a testa, mi dichiara di continuare a non amare – “ne mangio al massimo una”, – mi dice. Ebbene, con tanto stupore, mio e soprattutto suo, le ingurgita una ad una con tanto di gemiti di apprezzamento. Penso di aver fatto un dono non indifferente a suo marito: da ora in poi potrà gustare le ostriche in dolce compagnia, anche se dovranno essere solo fresche di giornata da Marenne-Oléron.

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Si dice che l'estate è la stagione dei rosati. Questa tesi non mi ha mai convinto del tutto. Forse, perché di rosati veramente belli non ce n'erano tanti in giro e quei pochi non li trovavi ovunque. Ma negli ultimi anni la situazione è cambiata tantissimo e mi sto divertendo ad eleggere "wine_witness rosé dell'anno". Così, grazie al caro amico @il_pescatorio, quest'anno è Ombra di Rosa del Podere Luisa ad essere eletto. Guarda caso, pochi giorni dopo andavo in Toscana proprio nella zona di Arezzo e, ovviamente, sono andata a trovare Romina Erbosi e Sauro Burzagli in azienda a Valdarno.
Un posto di una bellezza incredibile. D'altronde siamo in Italia, siamo in Toscana e il paesaggio qui è bucolico. Non ci sono grandi viali o cancelli che portano alla tenuta, solo tanti vigneti che circondano il podere con una meravigliosa vista dal terrazzo.
Naturalmente il vino è naturale. Dico "naturalmente" perché in questo lasso della mia vita difficilmente i miei sensi avrebbero scelto un vino differente. Romina e Sauro sono degli autentici artigiani del vino. Di viticoltura si occupava sia il nonno di Sauro, sia il padre ma solo loro, l'ultima generazione, hanno cominciato ad imbottigliare. "I pochi imbottigliatori della zona hanno tirato troppo la corda", - dice Sauro. Facevano brutto e cattivo tempo, finche il costo dell'uva è sceso cosi in basso da mettere in dubbio il senso intero dell'attività. 

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Non c'è male senza bene si dice. E infatti, c'è ora qua un brulicare delle belle aziende che, anche se devono ancora farsi strada, lavorano con una lodevole etica. Indubbiamente tra questi anche Podere Luisa. 
Vivendo da sempre in mezzo ai vigneti, l'idea di conduzione sostenibile o biologica non è una nuova tendenza per loro, bensì una normalissima condizione di vita in campagna. "Non possiamo avvelenare l'acqua che beviamo ogni giorno". In effetti... "Non facciamo diserbo, concimazione e rimedi in vigna solo naturali e solo quando serve. Siamo certificati come azienda biologica da Suolo e Salute, ma in realtà stiamo seguendo il protocollo biodinamico dal 2008, non per la certificazione, semplicemente perché ne condividiamo la filosofia. Se ci pensi, i contadini cent'anni fa lo facevano spontaneamente, seguivano il ciclo vitale delle piante, no? Era naturale osservare cicli lunari, concimare con letame.." 
Eppure, quanti scettici ci sono ora verso queste "sciamanerie"...


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Con Sauro abbiamo fatto il giro delle loro vigne che hanno l'età tra 10 e 50 anni. Differenti suoli e esposizione alla luce, ma soprattutto è stato impressionante vedere impatto della biodinamica nella stessa vigna, in cui Sauro ha lasciato alcuni filari senza applicare le sue pratiche. Le terre più vive, le piante più forti, ambiente più vigoroso.. questo è biodinamica.
Quasi tutti i lavori, sia in vigna che in cantina, sono fatti a mano, come vuole la tradizione contadina. Sauro conosce pianta per pianta, va a "leggere" ogni giorno le loro foglie per intervenire in anticipo su eventuali problemi. Macerazione sulle bucce fino a totale svolgimento degli zuccheri in alcol, solo lieviti indigeni, legno grande da 500 lt, niente filtrazioni. 
Assaggiamo tre vini.

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1. Amnesya 2017, 13% abv. Vino bianco da Trebbiano e Malvasia sui terreni argillosi. Il suo nome lo deve a Beppe che sempre dimenticava di fare il bianco. E' un orange da godere sicuramente fra qualche anno, perché la promessa è sostanziosa e si basa su una solida struttura tannica, bel corpo e una spiccata acidità. Solo 2000 bottiglie circa di produzione annuale.
2. Ombra di Rosa 2017, 13% abv. Un rosato color cerasuolo dalle vecchie vigne di Sangiovese sul suolo sabbioso. 18 ore di macerazione circa e salasso. E fresco e sapido, gustoso, pieno di piccoli frutti rossi e con elegante tessuto tannico. Anche se è rosato, pretende almeno un paio di anni in pace (anche perché mi ricordo la poesia del 2015..)Sorprendentemente somiglia a Romina. Solo 1000 bottiglie l'anno.
3. Castelperso IGT Toscana 2014, 14% abv. Rosso dal vigneto vecchio a piede franco sul terreno argilloso e sottosuolo roccioso. Nonostante l'annata "strana" per la zona, questa vigna sembrerebbe poter reggere fenomeni climatici anche tra i più devastanti. In effetti, questo Sangiovese è straordinariamente bilanciato, sottile e verticale. Senz'altro è il vino di Sauro.